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Juliette - Capitolo 9
Jules Garnier guardava il mare grigio come il cielo, fuso con esso sulla linea invisibile dell’orizzonte.
Presto sarebbe tornato a piovere.
Il suo umore era più plumbeo delle nuvole basse che avvolgevano Escalles-sur-Dunes.
Quello che era successo negli anni, e che continuava ad accadere, non gli era mai piaciuto.
All’inizio il male veniva solo da lei, da quello spettro.
Ora però c’era anche la mano di un uomo a complicare le cose.
E lui sapeva perfettamente di chi fosse quella mano.
Sapeva anche che dal male non nasce altro che male.
La pioggia sottile tamburellava sul parabrezza sporco della Type H come dita impazienti.
Erano quasi le otto di sera quando Jules fermò il furgone davanti all’unica pompa di benzina ancora aperta fuori dal villaggio, quella del vecchio Richard, isolata sulla statale verso le dune.
I fari rotondi illuminavano debolmente la tettoia di lamiera arrugginita.
Jules scese. Il cappotto di cerata puzzava di mare e tabacco freddo.
Cominciò a estrarre le taniche dal retro: sei in tutto, tre rosse e tre gialle.
Richard uscì dal gabbiotto con le mani infilate nelle tasche del giubbotto.
Il fiato si condensava in nuvolette bianche nell’aria gelida.
- Cazzo, Jules… che ci fai con tutta ’sta roba a quest’ora?
Il pescatore non lo guardò.
Svitò il tappo della prima tanica gialla mentre la pompa iniziava a ronzare.
Tre di gasolio per la barca - ispose con voce rauca. - La Marie-Jeanne beve come una spugna in questo periodo. E tre di benzina.
Richard inclinò la testa, osservando le taniche che si riempivano una dopo l’altra.
Il ticchettio del contatore riempiva il silenzio umido.
- E le tieni tutte in casa?»
Jules fece un mezzo sorriso amaro che accentuò le rughe profonde intorno agli occhi.
- Il segnalatore è rotto da tre anni. Mi è già capitato due volte di restare a secco in mezzo alla landa, con la marea che saliva. La benzina la tengo nel capanno dietro casa. Così sono sicuro.
Pagò in contanti, banconote stropicciate tirate fuori dal portafoglio logoro. Prima di risalire sul furgone lanciò un’occhiata verso nord, dove, oltre le colline buie, si distingueva la sagoma nera della vecchia villa dei Lefebvre.
- Va tutto bene - disse, voltandosi. - Stanotte sistemo tutto.
La portiera posteriore cigolò come un lamento quando la richiuse.
Il motore della Citroën partì con un brontolio sordo.
Richard rimase sotto la tettoia a guardare i fanalini rossi che scomparivano nella pioggia.
Da quando era morta, Juliette tornava puntuale ogni nove anni.
Nove come i dodici di loro che erano sopravvissuti allo scontro con i nazisti. Dalla fine della guerra si era già presa cinque di loro, e nel tempo anche sei dei loro figli.
La sua vendetta cieca non risparmiava nessuno: né i sopravvissuti né i loro discendenti.
Gli altri avevano paura di agire. Dicevano che bruciare la casa avrebbe scatenato un’ira ancora peggiore.
Preferivano aspettare il loro turno, morire in mare o sulla terra come barattoli di un tiro a segno.
Lui no. Non avrebbe aspettato.
Quella puttana non l’avrebbe preso. Che si fottesse lei e quel suo colonnello nazista, sadico e psicopatico.
Quella notte avrebbe messo fine alla maledizione.
All’alba della villa sarebbero rimaste solo pietre livide e fumanti.
Mentre il furgone arrancava sull’asfalto sgretolato della stradina che saliva la collina, il motore urlava di fatica e il tergicristallo combatteva una battaglia persa contro la pioggia.
Jules teneva il viso quasi incollato al parabrezza per seguire la strada immersa nel buio.
Ci aveva pensato a lungo, a quell’incendio.
Le case come quella avevano muri portanti e facciata in pietra massiccia, ma tutto l’interno — solai, scale, orditura del tetto — era di legno.
La pietra avrebbe creato un effetto forno, trattenendo il calore e accelerando il collasso.
Sotto il tetto a mansarda c’era la soffitta, secca e piena di travi stagionate: il punto ideale. Avrebbe versato il gasolio nel seminterrato e nella soffitta, lasciando che bruciasse lentamente. La benzina sarebbe servita solo per l’innesco.
Le fiamme al piano terra sarebbero salite rapide lungo lo scalone centrale, come attraverso un camino naturale.
Quando avessero incontrato il fuoco della soffitta, il tetto sarebbe crollato verso l’interno, sfondando i solai in un effetto domino.
Alla fine della notte la villa sarebbe diventata un guscio vuoto di pietre annerite, con dentro solo macerie e travi fumanti.
Niente più radici. Niente più ritorno.
Dopo mezzora di faticosa salita, con le ruote che slittavano nel terreno e rischiavano continuamente di trascinarlo in una cunetta fangosa Jules dopo una svolta vide apparirgli la villa abbandonata.
I fari della Citroën fendevano a malapena la cortina di pioggia, due coni deboli di luce giallastra che tremolavano sul terreno dissestato.
Jules strinse gli occhi.
Eccola. La villa emerse dal buio come un cadavere che affiora lentamente dall’acqua nera.
Prima apparve solo la sagoma massiccia, un’ombra più nera della notte stessa, poi, man mano che avanzava i fari la rivelarono pezzo per pezzo.
Le alte finestre del piano nobile sembravano orbite vuote, incorniciate da persiane marce e mezzo staccate che pendevano storte come denti rotti. L’edera scura artigliava i muri di pietra calcarea, salendo fino al tetto a mansarda che si stagliava contro il cielo come una gobba minacciosa.
Sotto la pioggia battente, la facciata neoclassica sembrava una cosa morta da decenni, gonfia di umidità e rancore.
Un lampo lontano illuminò per un istante le due colonne scheggiate del portico, e per un secondo Jules ebbe l’impressione che la villa lo stesse aspettando. L’acqua scorreva lungo le grondaie rotte come lacrime nere.
Il giardino davanti era una giungla selvaggia di rovi e alberi storti, i cui rami frustavano l’aria al vento.
Da qualche finestra al piano superiore filtrava un riflesso opaco, come se dentro ci fosse ancora una fievole luce che non avrebbe dovuto esserci.
Jules sentì un brivido risalirgli lungo la schiena. Quella non era più una casa. Era una tomba che respirava.
E lui stava per darle fuoco.
Fermò il furgone a una ventina di metri dal cancello arrugginito, lasciando i fari puntati contro la facciata.
La pioggia tamburellava sul tetto della Type H come un anima impaziente.
La villa sembrava quasi… attenderlo.
Jules scese sotto la pioggia battente. Gli scarponi affondarono subito nel fango freddo e viscido.
Fece il giro dietro il furgone, aprendo prima l’anta destra, che emise un lungo cigolio metallico, quasi un lamento.
Poi afferrò quella sinistra, ma era incastrata.
Bestemmiando sottovoce, spinse con forza la spalla contro il metallo bagnato e diede uno strattone deciso.
L’anta cedette di colpo con un rumore secco che risuonò nel buio.
Avrebbe fatto prima a entrare dalle finestre del piano terra.
Da anni i monelli del villaggio salivano fin quassù a spaccare i vetri con le fionde: non ne era rimasto uno integro su tutta la facciata.
Una volta dentro avrebbe aperto la porta principale sotto il patio e avrebbe portato dentro le taniche.
Tirò giù dal retro le prime due taniche di benzina, pesanti e fredde, e si avviò verso il cancello.
Una delle ante giaceva riversa nel fango da chissà quanto tempo, l’altra pendeva sbilenca, sorretta solo da pochi cardini arrugginiti.
Camminava lentamente, con attenzione, scrutando il terreno per non inciampare in qualche radice sporgente o sasso nascosto.
Maledisse di aver dimenticato la torcia elettrica: nell’ansia e nella fretta della decisione presa, gli era completamente uscita di mente.
Per fortuna aveva con sé il suo vecchio Zippo, fedele e irriducibile, capace di sfidare vento e pioggia con la sua fiamma.
Lasciò le due taniche sotto il patio, al riparo della tettoia, e tornò verso il furgone per prendere le altre.
La fatica del movimento gli stava scaldando il corpo sotto la cerata.
Sentiva già meno freddo.
Mentalmente si complimentò: nonostante gli anni, il vecchio Jules aveva ancora la pellaccia dura. Poteva ancora dire la sua.
A dispetto di quella puttana e del suo colonnello nazista.
Tornato al furgone, Jules ebbe un momento di perplessità.
Le ante della Type H erano chiuse.
Non ricordava assolutamente di averle richiuse.
Non ce n’era motivo: lassù non c’era anima viva.
Eppure erano chiuse. Doveva essere stato lui… la tensione lo stava rincoglionendo.
Riaprì la prima anta, poi, con la solita fatica, anche quella difettosa.
Allungò la mano all’interno e afferrò la terza tanica di benzina.
- Cosa stai facendo, Jules?
Una voce bassa e gutturale alle sue spalle.
Mille spilli acuminati gli trafissero la mente.
Il cuore gli esplose in gola, soffocandolo.
Conosceva fin troppo bene quella voce.
La tanica gli scivolò di mano, cadendo pesantemente nel fango.
- Voltati, Jules. Non hai piacere di vedermi?
Un tremito violento lo scosse, come se il mistral lo stesse investendo in piena tempesta sulla Manica.
Si voltò lentamente.
Juliette era lì, a due passi da lui, eretta e immobile, avvolta nel nero.
Un fulmine squarciò il cielo e la illuminò.
Era pallida come cera, i capelli rossi si dimenavano intorno al capo come serpi viventi.
Gli occhi verdi erano glaciali
Era bella e giovane come il giorno in cui l’avevano uccisa.
- Cosa c’è in quella tanica, Jules? - la voce aveva un tono divertito.
Il vecchio aveva gli occhi sbarrati.
Lacrime di terrore gli scendevano sulle guance, mescolandosi alla pioggia.
Aprì la bocca per rispondere, ma il tpanico lo rendeva muto.
Juliette rise. Una risata sonora, quasi sbarazzina, da giovane donna.
Ma gli occhi non ridevano: erano freddi e sprezzanti.
Quello sguardo crudele lo pietrificò.
- Apri la tanica, Jules. - Il tono non ammetteva repliche.
Il pescatore sembrava invecchiato di cent’anni in un solo minuto.
A testa bassa, con le mani tremanti, svitò il tappo e lo lasciò cadere nella pozza fangosa.
Il tempo pareva essersi fermato.
Jules teneva gli occhi chiusi per non incrociare quelli di lei.
All’improvviso sentì un calore partirgli dall’inguine e corrergli lungo la gamba sinistra. Si stava orinando addosso.
- Jules… non cambi mai. Ti è sempre piaciuto giocare col fuoco, vero?
Per un istante gli apparve la visione del colonnello nazista che urlava, avvolto dalle fiamme.
- Fammi vedere cosa tieni in quella tanica.
Lui aprì gli occhi, delirante.
- Ora versane il contenuto intorno ai tuoi piedi.
Lui Inclinò la tanica. La benzina formò una pozza lucida intorno ai suoi scarponi.
- Quello che rimane versatelo sul capo.
Sollevò la tanica e lasciò che il liquido gli inondasse testa, viso e corpo.
L’odore pungente saturò l’aria umida.
- Tutto, Jules. Fino all’ultima goccia.
Eseguì vacillante e muto.
Mentre il liquido gelido gli inondava il cranio, scivolando sul viso e impregnando i vestiti, un pensiero chiaro e terribile gli attraversò la mente, più freddo della benzina stessa. È finita.
Una vertigine di nausea lo scosse.
Non avrebbe bruciato la casa. Non avrebbe spezzato la maledizione.
Quella puttana lo aveva vinto di nuovo, proprio come con tutti gli altri.
Un singhiozzo strozzato gli uscì dalla gola.
- Ce l’hai ancora lo Zippo, vero?
Come un automa, Jules lo tirò fuori dalla tasca.
- Non devo dirti cosa devi fare ora. Fallo.
Fece scattare la rotella.
La fiammella danzò un istante, viva e ostinata nonostante la pioggia.
Poi tutto divenne un lampo accecante nella notte.
(Continua)